Attenzione: questo articolo contiene anticipazioni. Leggere solo dopo aver visto l'episodio 2x10 "L'angelo rosso"

Sto seguendo la seconda stagione di Star Trek Discovery con l'interesse antologico di un fan deluso. Sono infatti fra quelli che della prima stagione pensano ogni male e, sebbene la seconda mi stia piacendo di più, non posso ancora affermare che stia brillando di luce propria.

Anzitutto trovo che il distacco con alcuni elementi tipici del franchise sia talmente ampio da dovermi forzare per considerarla parte di una tradizione (sì, ho scritto tradizione). Non fraintendetemi: apprezzo la sperimentazione e il coraggio di prendersi dei rischi, incluso quello di deludere. Ma uno dei fattori caratterizzanti e più apprezzati in ST è sempre stata la coerenza interna. Gli autori di Discovery invece sembrano divertirsi nell'ingnorare questo concetto, a partire dal motore a spore, per continure con ologrammi e tanta altra tecnologia della quale nella serie originale non si è mai parlato e culminare con la preponderante Sezione 31, introdotta alla fine di DS9 (stagione 6) in totale antitesi con lo spirito inziale di Roddenberry che a ST ha dato il suo feeling autentico.

Ma non è di questo che intendo scrivere oggi. Mi preme invece valutare la qualità della scrittura, prescindendo dal fatto che si tratti di una incarnazione dell'universo Trek. Mi concentrerò su un mero aspetto narrativo e spero mi perdonerete qualche riga di digressione, se vi prometto di arrivare poi dritto al punto.

Ricordo che da bambino, accovacciato sul terrazzo di mia nonna nelle giornate estive, osservavo incantato le colonne di formiche che partivano dalla porta e raggiungevano le fioriere, trasportando le briciole di pane che erano cadute dalla tovaglia scossa alla fine del pranzo. Sullo sfondo, la prospettiva rimpiccioliva le sagome dei palazzi in lontananza, facendoli sembrare grandi quanto le fioriere stesse.

Li avrete visti tutti questi manifesti pubblicitari, esposti da una nota casa di produzione di vestiario, il cui slogan era "I veri miracoli li facciamo noi". La campagna era partita usando volti sconosciuti che abbinati allo slogan dovevano catturare la benevolenza dei consumatori, presentando il produttore come uno del popolo. Ora invece al posto di volti anonimi ci sono personalità più o meno conosciute, mischiate in un gigantesco calderone omogeneizzante.

Accade così che assieme a Chiara Caprì, fondatrice del comitato "Addio pizzo" (non merletti, ma mafia), finisca anche il calciatore Fabio Pisacane,  neo eroe per aver rifiutato 50.000 euro per truccare una partita. Quando li ho visti insieme, i due manifesti mi sono sembrati quanto di più antitetico esista.

Da un lato c'è una persona comune, studentessa, che decide di investire il proprio tempo per combattere una situazione di oppressione. Dunque un impegno continuativo e faticoso, che espone in prima persona. Dall'altro c'è un calciatore, ricco da fare schifo, che rifiuta una cifra per lui risibile, facendo così solo il suo dovere di onesto sportivo. La straordinarietà di una privata cittadina, che affronta una battaglia impari, comparata con l'ordinarietà di un rifiuto che non è costato nulla a chi comunque è già introdotto non solo nei livelli alti del mondo dello sport, ma persino dello star system nazionalpopolare.

Nella stessa campagna c'è anche la Intravaia, una modella che ha donato il premio di una trasmissione televisiva alla ricerca sul cancro. Un po' come se io donassi cinque euro a telethon; dubito di finire su un manifesto per questo.

Niente di cui stupirsi; lo scopo della campagna pubblicitaria non è certo educativo, anzi. Se in un periodo di crisi (economica, ma prima ancora di valori) un'azienda intuisce che è il momento di colmare un vuoto, quello che ne segue è proprio una campagna come questa. Un sistematico lavaggio del cervello che deve impedirti di distinguere una vita di battaglie (o una battaglia lunga una vita) da un gesto episodico, a costo zero. A riuscirci è un bel miracolo, ma per il capitale.

A proposito di miracoli: la nota casa di abbigliamento propone camicie a meno di 10€. Visto che una camicia non si cuce in cinque minuti, ho il dubbio che lì il miracolo l'abbiano fatto le lavoratrici (quasi sicuramente sono donne) che l'hanno confezionata lavorando in nero.

Prendo spunto da una conversazione con un amico per una riflessione su diritto d'autore e tecnologia.

Sappiamo tutti fin troppo bene come le case discografiche insistano a pretendere il pugno di ferro contro chi scarica gratuitamente musica e altre opere tramite i sistemi di filesharing.

Dicono che il filesharing ammazzi la musica, il cinema, tutto. Dicono che senza quello il settore sarebbe fiorente e ci sarebbe molta più produzione per via della potente molla che si chiama "alto profitto".

Non dicono però tutta la verità. È dimostrabile come un musicista di una band di cinque elementi intaschi circa 15€ per ogni 1000€ (MILLE EURO) di fatturato che una sua opera produce. Stiamo parlando, a scanso di equivoci, dell'UNO e MEZZO per cento. Il resto, come potete immaginare, finisce nelle tasche di etichette e grande distribuzione. Ed è un bel resto!

Ma affrontiamo la questione da un altro punto di vista. Le major dicono che la tecnologia le sta uccidendo e che non dovrebbe essere usata. Ma la tecnologia, una volta inventata, non si può nascondere. Il filesharing è qui per restare e per cambiare il nostro modo di condividere le idee.

Le major farebbero molto meglio quindi a farsene una ragione e a cambiare il loro approccio alla diffusione della musica, se non vogliono essere superate dagli eventi.

Per finire, un'ultima considerazione. Oggi la tecnologia è per loro il male assoluto. Ma ricordiamoci che il primo vinile usciva negli anni 50 e prima di allora non esisteva un mercato delle registrazioni musicali. Quindi meno di sessanta anni fa non esistevano nemmeno le etichette e non c'era nemmeno il mercato discografico che esse cercano di spacciarci come scontato.

Care etichette, non siete per nulla scontate. Si capisce bene da quanto costano i CD che stampate!

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