Credo che l’ispirazione, o meglio ancora la suggestione, che sta alla base del processo creativo, possa arrivare in qualsiasi momento e dalla direzione più impensabile. Nella prima scena di Ali di China vediamo rappresentata la mattanza di cinque individui a opera di una persona sola, il protagonista, posseduto da un demone chiamato Lili. L’idea per la scena mi è venuta del tutto inattesa mentre guardavo un anime di Go Nagai, il creatore di Mazinga, Goldrake e parecchi altri robot. Il pilota, rinchiuso nella cabina dentro la testa del mecha, sta fronteggiando un nemico più forte di lui. La pressione dello scontro è inimmaginabile, solo un uomo fuori del normale potrebbe reggerla, ma anche costui soffrirà nello sforzo. Per rendere l’idea della violenza in corso, il colore scompare progressivamente dal ritratto del pilota, riducendola a una mera china nera su sfondo bianco. Quando non resta più alcuna sfumatura cromatica, tocca ai tratti del viso essere deformati in una specie di vortice nero che finisce per inghiottire la fisionomia e annullarla.

Diversi sono gli elementi nella scena dell’anime che mi si sono fissati in testa. Anzitutto l’idea della pressione sovrumana. Poi il colore nero della china e quindi l’idea del vortice che risucchia in maniera inesorabile. Ricombinando fra loro queste suggestioni, ho scritto di getto quanto segue:

La strada, il ponte sopra la mia testa, la balaustra di ferro battuto, l’acqua del naviglio con tutto il freddo della notte: ogni cosa attorno sprofonda in un gorgo di china nera.

Sento la faccia deformarsi, come se invisibili fili di nylon stessero tirando la pelle in direzioni opposte. Valico l’istante oltre il quale la mia capacità di sopportazione non conosce più limiti. […]

Avverto due ali enormi schiantare il cemento dei muri, schizzando fuori dalla mia schiena come inchiostro rabbioso sparato a mille atmosfere. Le mani lasciano scorrere fuori gli artigli senza che io avverta il minimo dolore.

Sono due scene del tutto diverse: là un pilota sta controllando un enorme gigante di metallo, qui una persona ordinaria sta subendo la trasformazione del corpo a opera di un demone che la possiede. Eppure la suggestione della prima è chiaramente ravvisabile nella seconda.

Con questo non voglio certo dire che scrivere un romanzo si riduca solo a una lunga raccolta di suggestioni che mano a mano ci visitano e impastarle una dietro l’altra, fino a comporre la struttura degli eventi e della narrazione. Un romanzo è fatto prima di tutto di progettazione e pianificazione. Come diceva Hemingway, la scrittura è architettura, non decorazione d’interni.

E le suggestioni allora? Ebbene, quelle servono a due scopi. Il primo è attivare la mente creativa, come nel caso sopra descritto. La seconda funzione invece è perfezionare: dopo aver progettato, diviso in scene e abbozzato la narrazione nei contenuti, la suggestione può svelare il reale potenziale di una scena, rimasto, per così dire, nella penna. In definitiva, la suggestione è una porta fra mondi non comunicanti, capace di riversare un po’ di uno nell’altro, cambiandone il senso per un istante. L’artista deve cogliere quell’apertura estemporanea e usare la propria arte per fermarla, consentendo a chi arriva dopo di beneficiarne.

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