Credo che l’ispirazione, o meglio ancora la suggestione, che sta alla base del processo creativo, possa arrivare in qualsiasi momento e dalla direzione più impensabile. Nella prima scena di Ali di China vediamo rappresentata la mattanza di cinque individui a opera di una persona sola, il protagonista, posseduto da un demone chiamato Lili. L’idea per la scena mi è venuta del tutto inattesa mentre guardavo un anime di Go Nagai, il creatore di Mazinga, Goldrake e parecchi altri robot. Il pilota, rinchiuso nella cabina dentro la testa del mecha, sta fronteggiando un nemico più forte di lui. La pressione dello scontro è inimmaginabile, solo un uomo fuori del normale potrebbe reggerla, ma anche costui soffrirà nello sforzo. Per rendere l’idea della violenza in corso, il colore scompare progressivamente dal ritratto del pilota, riducendola a una mera china nera su sfondo bianco. Quando non resta più alcuna sfumatura cromatica, tocca ai tratti del viso essere deformati in una specie di vortice nero che finisce per inghiottire la fisionomia e annullarla.

[Contiene anticipazioni sul film]

Joker è un film eccellente, sia per la magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix, sia per la curatissima sceneggiatura incardinata sugli effetti che una società sbagliata da cima a fondo ha su di un individuo fragile e incapace di fronteggiarne il devastante peso emotivo.

Caso mai non l'aveste capito, questo post non parla dei giapponesi e delle loro abitudini cinofile, ma della serie spagnola "La casa di carta".

La prima volta che ne sentii parlare, ricordo che mi venne presentata come la versione signoraggista di Breaking Bad. Bah, pensai, come paragone non è davvero niente male, fatta la tara alla faccenda signoraggista. Già, ma poi che c'entra il signoraggio?

Be', sappiate che la serie... aspettate un momento: l'avete vista? No, perché se non l'avete vista e leggete questo post vi rovinate tutto. Io vi ho avvisato.

Attenzione: questo articolo contiene anticipazioni. Leggere solo dopo aver visto l'episodio 2x10 "L'angelo rosso"

Sto seguendo la seconda stagione di Star Trek Discovery con l'interesse antologico di un fan deluso. Sono infatti fra quelli che della prima stagione pensano ogni male e, sebbene la seconda mi stia piacendo di più, non posso ancora affermare che stia brillando di luce propria.

Anzitutto trovo che il distacco con alcuni elementi tipici del franchise sia talmente ampio da dovermi forzare per considerarla parte di una tradizione (sì, ho scritto tradizione). Non fraintendetemi: apprezzo la sperimentazione e il coraggio di prendersi dei rischi, incluso quello di deludere. Ma uno dei fattori caratterizzanti e più apprezzati in ST è sempre stata la coerenza interna. Gli autori di Discovery invece sembrano divertirsi nell'ingnorare questo concetto, a partire dal motore a spore, per continure con ologrammi e tanta altra tecnologia della quale nella serie originale non si è mai parlato e culminare con la preponderante Sezione 31, introdotta alla fine di DS9 (stagione 6) in totale antitesi con lo spirito inziale di Roddenberry che a ST ha dato il suo feeling autentico.

Ma non è di questo che intendo scrivere oggi. Mi preme invece valutare la qualità della scrittura, prescindendo dal fatto che si tratti di una incarnazione dell'universo Trek. Mi concentrerò su un mero aspetto narrativo e spero mi perdonerete qualche riga di digressione, se vi prometto di arrivare poi dritto al punto.

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